L’alchimia nasce e si sviluppa con i primi egizi, anche se la sua storia
la si fa risalire ad un etimo oscuro ed incerto. Molte ipotesi si
orienteranno per l’arabo al-chimiya che a sua volta deriva
dall’egizio antico keme che significa la “terra nera” espressione
per indicare i territori d’Egitto. Da qui la materia prima come
espressione interna di un simbolo cromatico, quello della nigredo
che ripercorrerà l’immaginario simbolico del magus alchemico per
tutta la sua traiettoria evolutiva. L’etimologia greca vuole che
chymia significhi “succo”. Ma ancora più incerta è la sua origine
che la leggenda vuole sia stata fondata da angeli che insegnarono l’Arte
alchemica agli uomini, come vuole il libro di Enoch, o da Ermete
Trismegisto, fondatore appunto dell’arte ermetica.
L’alchimia si basa su
alcuni principi cardine che regolano la struttura della materia, secondo
la visione profonda degli ermetismi di tradizione antica. La materia è
costituita da una sostanza grezza e da una sottile. Secondo la tavola
smeraldina questa doppia natura della materia è regolata da quattro
leggi fondamentali: a) l’Uno è in ogni parte; b) il grezzo visibile è la
manifestazione del sottile invisibile; c) ciò che si trova in basso è
analogo a quello che si trova in alto, ciò che si trova fuori è analogo
a quello che si trova dentro; d) la Natura viene rinnovata integralmente
dal fuoco (INRI).
Sono d’accordo con M. Davy
afferma che l’alchimia “corrisponde non tanto ad una scienza fisica
quanto ad una conoscenza estetica della materia” e si colloca “a metà
strada tra poesia e matematica, tra il mondo del simbolo e quello
del numero”, siccome ogni simbolo è polivalente e la sua percezione
totale della integrità semantica porta ad una trasmutazione dell’essere.
Ma per raggiungere questo stato, gli alchimisti partono dalla materia
grezza e prima, altri filoni mistici partono dalla meditazione.
Per l’alchimista la
mente e l’intelligenza delle cellule altro non è che una manifestazione
del sottile stato della materia umana, ed essa può essere regolata, se
lasciata libera di esprimersi nel suo
verso il suo vero archetipo, quale principio di
forma/non-forma a cui tutti tendiamo.
La natura fa il suo
corso e l’alchimia segue le leggi della natura osservando il mistero che
in essa si cela. In alchimia la chiave della realizzazione ascetica
della materia è senza dubbio l’Unione degli Opposti. Per giungere
a questo stato si fa passare la materia, e dunque la sua controparte
sottile, per diverse fasi e stati che ne alterano il processo e ne
esaltano le qualità sottili, trasmutando il grezzo visibile della
materia ponderale in sottile e vivificante energia aurea, purificata
dalla corruttibilità del grezzo. Come afferma la Manucci: “l’alchimista
si sforza di scoprire dentro di sé e nei propri rapporti con la natura
quel linguaggio sacro che non comunica, ma dice le cose,
pronunciandone l’Essenza”.

Raimondo De Sangro - Principe di S.Severo (NA), famoso alchimista
napoletano dedito alla scoperta e realizzazione della pietra filosofale.
Tra l’attraversamento
delle varie fasi su scala materiale, con la manipolazione della sostanza
grezza, si giunge ad una sapiente integrazione dell’aspetto femminile e
maschile delle sostanze. Questa unione degli opposti è di per sé la
chiave dell’alchimia, ritrovare l’Adrogino di ogni sostanza, il
reintegrare il sottile con il doppio, l’invisibile con il visibile, lo
Yin con lo Yang.
I due aspetti
energetici del femminile e del maschile, rientrano in una vasta
casistica di misteri alchemici e mistici in generale, tanto che in molte
culture si evince che l’aspetto fondamentale dell’ascesi resta sempre e
solo la morte della materia e l’integrazione mistica con
l’opposto. Due aspetti essenziali e due iniziazioni fondamentali che
fanno la storia e i pilastri di tutta la scienza sacra antica e moderna.
La leggenda vuole che
in principio l’Essere sia Uno, e nel suo decadere – o nel suo
approfondirsi – l’Essere si sia staccato in due, il principio femminile
(yin) e quello maschile (yang). Da questi poli opposti tutta la natura
si genera, nasce e muore, in una sola parola diviene.
Questo divenire della
natura è il risultato di un rapporto tra forze opposte, due poli che
mettono in tensione la materia che di per sé, come un fiume eracliteo
che scorre, essa diviene. La sorgente del fiume in cima alla montagna è
un polo (yang) il mare che accoglie il fiume è l’altro polo (yin), nel
suo mezzo la natura scorre da un polo ad un altro e nel frattempo tutto
fluisce.
Questo scorrere
permette alla natura di Essere in quanto presenza sostanziale e di
esser-ci in quanto divenire presente heidgheriano. La natura scorre da
un polo all’altro per integrare l’esperienza del suo aspetto femminile
con quello maschile, insomma per unire il maschile al femminile, come
Iside con Osiride affinché possa nascere dall’unione Horus, che è
materia rinnovata. Per fare questo, e affinché la vita della natura
abbia un seguito, il femminile deve essere integrato al maschile, e
questa spinta è data da una forza detta Libido che Jung analizzerà bene
nel suo lavoro Libido, simboli e trasformazioni. Questa Libido è
in stretta assonanza con la forza vitale di Paracelso, ma ancor di più
ritengo sia in accordo – o addirittura la stessa cosa – della Forza
Vitale di Hahnemann. In quanto il principio che mantiene in vita la
natura del corpo e il suo dinamico divenire è una forza libidica che
ricerca il suo opposto, non solo come surrogato biologico (spinta
istintuale biologica), ma anche come componente affettiva, bisogno di
cibo, integrazione sociale, affermazione del Sé, ecc. Nell’essere umano
sono tutti vuoti da riempire, i vari bisogni della scala maslowiana ci
portano a porci una domanda fondamentale: da quale forza siamo spinti
nel momento in cui cerchiamo di sopravvivere o comunque di vivere?
Per quanto mi riguarda
credo sia la forza Libidica, che mantiene il corpo in vita (e dunque in
quel caso chiamata Forza Vitale),
che si sublima verso aspetti più profondi del Sé (dunque forza
creativa), che si orienta alla ricerca del proprio partner (e si tramuta
in spinta sessuale). Alla base della vita esiste la Libido, che nelle
tradizioni antiche è il grande serpente della medicina di Esculapio
avvinto alla verga di Hermes, è la Kundalini indù, che nasce dalla base
del sacro per essere ridestata alla cima della testa, come nelle
tradizioni egizie dove il cobra esce dalla fronte.
Il segreto alchemico
sta nel suo simbolo circolare di uroboros, quando cioè il serpente si
morde la coda, e nel chiudersi in sé ritorna al principio Uno da cui è
partito, in questo modo la materia è desta, la forza è liberata,
l’Intelligenza è riconosciuta. Ma cosa significa Uroboros, sotto il
profilo chimico o più propriamente al-chimico? In pratica significa
unire il femminile con il maschile, il principio yin con quello yang,
dopo che la materia ponderale sia morta.
Nell’alchimia vegetale,
detta spagiria, un metodo per unire gli opposti è quello di prendere la
parte femminile di una pianta sottoporla ad un processo di purificazione
e unirla alla parte maschile della stessa sottoposta a purificazione;
questo permette la restitutio ad integrum dell’intera materia
ponderale della droga vegetale affinché diventi il vero pharmacon,
ma prima purificato e destato della sua carica vitale intrinseca, cioè
destato della sua libido primordiale.

Uroboros - il serpente mistico che si morde la coda, la realizzazione
dell'Opera alchemica secondo il processo della metasostantizzazione.
Il processo di lavoro
sulla libido della sostanza vegetale o minerale della pianta resta la
chiave fondamentale dell’alchimia, l’unione delle forze complementari, i
due poli che unendosi formano l’Uno archetipale.
Per ottenere questo
processo abbiamo utilizzato il concetto omeopatico in quanto consente di
abbassare la parte ponderale della materia e restituire ad integrum
quella sottile con le dinamizzazioni. La morte della materia, (la cd
nigredo) è ottenuta per ogni diluizione della sostanza in acqua,
mentre la stabilizzazione del substrato sottile è ottenuto per ogni fase
di succussione.
In omeopatia quando si diluisce
una sostanza in acqua si lascia lentamente morire la sostanza grezza,
fino a superare il numero di Avogadro, tanto che della sostanza di
partenza ne resta una traccia infinitesima, mentre le dinamizzazioni
consentono di esaltare l’aspetto frequenziale o sottile della sostanza
stessa. la sostanza di partenza possiede un valore materiale (M) ed un
valore sottile (σ) tale che in natura sia M che σ sono uguali, quindi il
loro rapporto è 1. Quando questo rapporto (definito come rapporto di
grado) è uguale a 1 si dice che sostanza materiale e sottile sono in
equilibrio. In alchimia una sostanza deve essere quindi purificata ad un
certo grado x e poi esaltata nel suo sottile, cioè:
Sα
p┼ I° e E+
La cui notazione
simbolica significa: “una sostanza alfa viene purificata al primo grado
I° e poi esalatata positivamente”.
Questo processo è
possibile con la spagiria quanto con l’omeopatia, anche se con
procedimenti differenti. Mentre la spagiria purifica ed esalta una
sostanza lasciandola – in alcuni casi – ancora ponderale, l’omeopatia la
purifica e la esalta facendo morire completamente la parte materica
sostanzanziale. Noi ci occuperemo del metodo omeopatico, della sua
purificazione e della sua esaltazione positiva.
La formula generale: Sα
p┼ I° e E+
può essere intesa in spagiria come un preparato purificato una
sola volta ed esaltato in ampolla a fiamma lenta, oppure in omeopatia
come una sostanza alla 1ch. Più nello specifico possiamo dire che al I°
è inteso alla prima diluizione sia korsakoviana, sia centesimale, sia
millesimale, che decimale, dunque alla 1xh. Ecco che la formula diventa:
Sα
p┼ I° e E+
= S 1xh
E così via per tutte le
altre diluizioni:
Sα
p┼ II° e E+
= S 2xh
Sα
p┼ III° e E+
= S 3xh
Siccome dal rapporto di
grado si evince che la materia M e la sostanza sottile σ sono
inversamente proporzionate, nel processo alchemico, abbiamo che per ogni
grado esaltato il rapporto aumenti, cioè diminuisce la M lasciando
inalterato il valore di σ. Difatti non potrebbe aumentare il σ giacchè
il sottile non può essere creato dal nulla, ma può diminuire la materia
M perché semplicemente la si sottrae.
Dunque al 1 xh abbiamo
σ/M=1; al 2 xh abbiamo σ/M=2; al 3 xh si ha σ/M=3; anche se in realtà
questo rapporto non è pari alla diluizione ma è proporzionale ad essa:
per ogni
n xh si ha σ/M = nk
con una leggera
approssimazione di un grado, e con k come costante di proporzionalità.
Per convenzione
ammettiamo che per ogni centesimale la M sia 100 e il σ sia sempre 100,
cosicché alla 0 ch si avrà 100/100 =1k; alla 2 ch 100/50 = 2k; alla 3ch
100/33 =3k (anche se è un numero irrazionale). Si nota che il
procedimento omeopatico di diluizione (dl) permette la sottrazione di
materia grezza, cioè la progressiva scomparsa, o morte alchemica, della
sostanza iniziale, mentre il processo di dinamizzazione (dn) permette
che il σ rimanga inalterato, cioè lascia che la materia sottile, che è
il substrato di quella grezza, non muoia assieme alla materia M, infatti
pur abbassandosi il valore della M quello della sigma σ rimane tale per
tutti i gradi di potenza, ecco perché il rapporto di grado o di potenza
σ/M tende ad aumentare ad ogni diluizione e dinamizzazione omeopatica.
Dopo molti passaggi
troveremo che σ è molto maggiore di M tanto che la materia diviene
tendente a zero mentre sigma rimane inalterato al valore 100. Ricordiamo
che questi valori sono puramente di riferimento e non misurativi, solo
per creare un modello matematico che ci permette di capire meglio la
realtà del fenomeno omeopatico sotto l’influsso della filosofia
alchemica.

Samuel Hahnemann -
fondatore dell'Omeopatia
Il rapporto di grado
In senso fisico
la massa è una grandezza caratteristica di ogni corpo. Essa può
definirsi come la quantità di materia contenuta nel corpo in
esame. Sappiamo che la massa di un corpo è data dalla somma
delle singole masse che compongono il corpo. Esistono varie
formule per definire la massa: m=f/a come massa inerziale; f=m1m2/r2
per identificare la massa gravitazionale. Ma i numerosi e
accurati esperimenti effettuati dal fisico Roland Eotvos hanno
provato che tutte le masse risultano tra loro proporzionali con
estrema precisione.
Quello che
invece conta in una diluizione omeopatica è il numero di
concentrazione molecolare in una soluzione ed è quel numero
espresso dalla notazione M, inteso come materia, vale a dire
come concentrazione della massa m di partenza. Si comincia con
una sostanza ponderale con concentrazione altissima della
sostanza vicina al 100%, se diluiamo in ch abbiamo una goccia
della sostanza al 100% su 99 goccie di acqua, per
approssimazione diremo che la 1ch ha una materia M pari a 1/100,
ovviamente la 2 ch deve avere una M pari a un centesimo di un
centesimo 1/1002 e così via in maniera esponenziale.
L’esatta formula di M sarà dunque 1/100n m 8dove
m=massa della sostanza ponderale).
Se volessimo
costruire una curva della tendenza della concentrazione M in una
soluzione in rapporto alle sue continue diluizioni (dl), avremo
una proporzionalità esponenziale che tende allo zero, pur non
toccandolo mai. Possiamo quindi concludere che
2.1
infatti il
sigma σ per convenzione lo si assume uguale alla M di partenza e
tale rimane per tutto il processo, nel caso del ch lo si assume
pari a 100, nel caso del dh pari a 10, nel caso dell’LM pari a
50.000, così come con X e XM.
Avremo così che
nel caso di materia ponderale la dl = 0 quindi M = 1. Nel caso
di materie altamente diluite le concentrazioni di M saranno
bassissime quasi tendenti a zero.
Siccome che dal
processo omeopatico di purificazione e di esaltazione la materia
sottile σ rimane invariata, mentre tende a morire solo la
materia grezza, dobbiamo riferirci ad un altro rapporto tra
questi due valori che chiameremo rapporto di grado o di potenza,
pari a delta:
e siccome è facile
notare che
concluderemo che il rapporto di potenza aumenta in proporzione
alla dl.
Per una
semplice formula inversa avremo anche che:
e che
.
Il rapporto di
potenza esprime la potenza omeopatica di una soluzione, secondo
la legge per cui più alta la diluizione più è energizzato il
prodotto omeopatico. Ma questa puer essendo una espressione
dell’enegia di un prodotto omeopatico è comunque una soluzione
indicativa e non misurativi. Esistono infatti altre equazioni
che esprimono l’energia di un prodotto soprattutto per le
metasostanze.
Siccome le
metasostanze omeopatiche hanno il vantaggio di introdurre la
coniugazione degli opposti tramite un metodo ficico-chimico, si
introduce una variabile chiamata lambda, che è la forza libidica
di unione di una metasostanza. Avremmo così differenti forme di
energia in gioco: l’energia delle succussioni (che in questo
modello non rappresentiamo perché proporzionale alla dl) che
sarebbero delle vere e proprie esaltazioni energetiche della
sostanza, il rapporto di grado Δ; ed infine – ma non ultima – la
forza libidica λ.
L’energia di
una metasostanza omeopatica la si misura dunque in quest’altro
modo:
2.2
una formula semplice che esprime in modo
concreto che l’energia tra una sostanza omeopatica classica e
una metasostanza coniugata ha uno scarto di proporzione pari a
λ.
Bisogna però
precisare che nella realtà il σ non riesce a rimanere costante e
pari a 100 per tutte le dl possibili quindi ci saranno degli
scarti e delle approssimazioni, ma in linea di massima vale
questa equazione su esposta. Anche perché questo ci consente di
vedere che tra una dl all ch e una all dh in realtà non esiste
una grossa differenza se non per soli due gradi di scarto tra un
Δ(ch) e un Δ(dh).
In realtà è
facile dimostrare che la massa di una sostanza è un valore che
in fine non entrerà più nel ragionamento analitico del nostro
modello matematico. Daremo per brevità di passaggi solo la
formula finale di qualunque formulazione omeopatica ed
omotossicologica, Con Ẽ intenderemo l’energia di una
formulazione omeopatica. Essa è la formula per determinare le
concentrazioni di energia su base sottile, viene anche chiamata
formula di stabilità ponderata:
anche se pare
complicata la formula di stabilità ponderata può essere
calcolata con un adeguato programma scientifico che calcoli le
potenze alla 400 e superiori. Si osserva che in questa equazione
il valore della massa non è presente, quindi i calcoli risultano
così facilitati.
In questo modo
avremo che per ogni prodotto omeopatico di qualunque casa è
possibile stabilirne la potenza omeopatica ponderata corretta e
dunque la corretta somministrazione in base anche al peso,
all’età, ed altri parametri antropometrici del soggetto.
|
In tal senso ci siamo
occupati di definire un modello che spieghi la formula generale del
processo alchemico-omeopatico: Sα
p┼ n° e E+
= S n xh. Ma questa formula non prevede la coniugazione degli
opposti, come vorrebbe l’ultima fase dell’alchimia, giacchè bisogna
“dividere per riunire”, solve et coagula.
Il processo omeopatico
permette, come abbiamo visto, di purificare la M e di esaltare il sigma
σ. Ora dobbiamo riferirci alla seconda legge dell’alchimia: quella della
coniugazione degli opposti.
In natura, ogni
sostanza è yin e yang, se la si confronta l’una rispetto all’altra. Vale
a dire che un bicchiere colmo d’acqua è pieno (yang) rispetto ad un
bicchiere vuoto (yin) ma quest’ultimo è pieno d’aria (yang) rispetto ad
un bicchiere messo sotto vuoto (yin). Solo il confronto tra due fenomeni
o due sostanze può chiarire l’appartenenza ad un genere o ad un altro.
Nel nostro caso ci rifaremo al concetto di maschile-yang su quello
femminile-yin.
Senza entrare nei
segreti alchemici è opportuno però sottolineare che l’alchimia, essendo
la ricerca della perfezione dell’Uno, ammette il solo ricongiungimento
della parte maschile purificata con quella femminile purificata. Chi
conosce bene le leggi dell’Alchimia sa pure che la coniugazione non è
solo un processo aggiuntivo, vale a dire che non basta aggiungere il
maschile al femminile per aver ottenuto l’androgino, ma bisogna
rispettare una legge dell’auto elevazione costante per ottenere l’opus
finale, così come ci suggerisce l’Uroboros che non è l’unione sessuale
di due serpenti (come nel caso della verga di Hermes) ma la ricerca
della realizzazione libidica riferita a sé stesso inteso come
aggregazione del già maschile/femminile.
Quello che non si
evince dalla prima legge generale dell’Alchimia espressa in analitica
formula prima (Sα p┼
n° e E+ =
S n xh) è che ogni volta che una sostanza viene purificata, viene lavata
in una altra sostanza di riferimento neutra che – nel caso
dell’omeopatia – è acqua bidistillata. Volendo trascrivere tutto per
intero e nella forma corretta possiamo dire che:
Sα
p┼ in H2O n° e E+
= S n xh/H2O
Cioè “una sostanza alfa
viene purificata in acqua all’n-esimo grado di potenza e poi esaltata
positivamente, darà come risultato omeopatico la sostanza alla n xh su
riferimento acqueo”.
Questa notazione è
importantissima perché ci fa capire che la sostanza viene lavata in un
solvente acquoso e viene riferita sempre allo stesso solvente. Cioè
Natrum Muriaticum alla 7 ch viene disciolto sempre in acqua fino alla
VII° potenza, dunque il riferimento sarà sempre acqua.
Nel caso della
coniugazione degli opposti noi dovremmo realizzare un processo che ci
permette di diluire una sostanza maschile in un riferimento femminile e
il risultato lo si diluisce in un riferimento maschile e a sua volta
diluito in quello femminile fino alla n-esima potenza di diluizione.
Dunque si dirà che una sostanza maschile viene
diluita in una sostanza femminile secondo la seguente notazione
simbolica: S♂/S♀ = S♂ 1xh/S♀, di conseguenza il risultato di questa
diluizione sarà a sua volta diluito in un solvente maschile (S♂ 1 xh/S♀)/S♂
così da ottenere una S♂2xh/S♀♂.
Chiariamo meglio questo
punto!
Chiameremo S♀ = A e S♂
= B, così da rendere più facile la comprensione del modello alchemico
che ne sta alla base.
A viene diluito in un
solvente B cioè A/B = A
1xh/B
A sua volta questa
sostanza che ne risulta viene diluita e dinamizzata in A, cioè
(A 1 xh/B)/A = A 2 xh/AB
a sua volta tutto viene dl e dn in B
a sua volta la sostanza
A 3xh/A2B viene dl e dn in B così da creare A 4 xh/A2B2.
Possiamo scrivere così
la progressione delle diluizioni in notazione simbolica così estesa:
A 1 xh/B
A 2 xh/AB
A 3 xh/A2B
A 4 xh/A2B2
A 5 xh/A3B2
A 6 xh/A3B3
Cioè una sostanza alla
sesta centesimale viene diluita e dinamizzata per tre volte in A e tre
volte in B. Mentre alla quinta centesimale viene dl e dn per tre volte
in A e solo due volte in B.
Se volessimo ricavare
da questa progressione una legge unica che ci permetterebbe di calcolare
le dn e dl all’ n-esimo grado di potenza, basta riflettere su come la
progressione avanza.
Ogni n è sempre la
somma degli esponenti di A e di B, nel caso di 1 n xh A avrà come
esponente zero e B esponente 1, dunque 1+0=1. Nel caso di 2 xh A avrà
come esponente 1 e B avrà 1. Nel caso di 3 xh A assumerà esponente 2
mentre B =1.
Si nota che per ogni n
pari A e B avranno lo stesso esponente, mentre per ogni numero n dispari
A avrà sempre un esponente pari a B aumentato di 1.
Dunque generalizzando
diremo:
(1.2)
considerando che
p+d = n
p = 0 + 1 per ogni
incremento di n pari
d = 0 + 1 per ogni
incremento di n dispari
nel caso ad esempio di
una sostanza alla 200 ch avremo dl e dn per A in 100 volte e B in 100
volte, giacchè la loro somma è esattamente 200.
Nel caso di un n
dispari come A alla 33 ch avremo che i riferimenti di dl e dn sono per A
pari a 17 mentre per B 16, giacchè 17+16 = 33.
Dunque riferendoci alle
sostanze intese come yin e yang diremo:
S♀ p┼ in S♂ I° e
E+ = S♀ 1 xh/S
Quindi il gameto
femminile della pianta da ridurre in sostanza spagirica, viene dl e poi
dn in un solvente ponderale del suo gameto maschile, così da ottenere
Achillea ♀ alla 1 ch su Achillea ♂. Questa è la coniugazione del primo
grado del maschile rispetto al femminile. Otterremo la stessa cosa
prendendo una goccia di questa sostanza e diluendola e dinamizzandola al
secondo grado in un solvente di Achillea ♀ otteniamo così Achillea♀ 2
ch/Achillea ♀♂. Alla 33 ch avremmo
Achillea♀ 33 ch/
Achillea ♀17♂16
Questa sostanza siccome
viene diluita la parte M ed esaltata la parte σ in se stessa, viene
chiamata Metasostanza, cioè sostanza che viene dl e dn in se
stessa n volte, restituendo la forza libidica della sostanza stessa che
ritrova per ogni sua diluizione la sua parte femminile e la sua parte
maschile purificata ed esaltata.
|
La metasostanza e la leggenda di Telefo
Meta- è un
termine greco che indica oltre, al di là di, è
indicato sia come oltre la materia, come nel caso di
metafisica, sia come aspetto riflesso di se stesso in se
stesso, come specchio che riflette colui che guarda.
In omeopatia mi
è caro questo termine perché lego questo concetto di diluizione
di una sostanza in
se stessa e somministrazione del simile e/o dell’identico (simillimum,
similia), perché si lega alla leggendaria figura di un mito
greco: Telefo.
Telefo era il
figlio di Ercole e di Auge, si racconta che fu nutrito da una
cerva. Divenuto adulto, sposò Argiope, figlia del re della Misia,
e si oppose al passaggio attraverso le sue terre dell'esercito
greco, che muoveva alla volta di Troia. Ma la leggenda vuole che
il valoroso Achille lo ferì con la sua lancia, dal cui colpo non
si poteva guarire se non per il contatto con la stessa lancia.
Qui entra in gioco
il concetto del simile e similare, nonché il concetto di
metasostanza, giacchè si può guarire solo con la stessa cosa che
ha ferito Telefo.
Siccome l'oracolo
aveva annunciato che Troia non poteva essere presa se Tèlefo non
fosse stato in campo coi Greci, così Ulisse compose un
medicamento nel quale aveva mescolato un po' della ruggine
raschiata dalla fatale lancia del Pelide; e lo fece rimettere a
Telefo che, finalmente guarito, si lasciò indurre a raggiungere
a Troia l'esercito greco.
|
Questo matrimonio
mistico tra i due opposti della sostanza secondo un processo di
purificazione ed esaltazione del sottile è la chiave misterica
dell’Alchimia. La stessa che conduce alla realizzazione della pietra
filosofale, raggiunta per altre vie e altri metodi ma con uguali
principi.
Siccome in omeopatia
non vogliamo ottenere il Lapis Philosophorum ma semplicemente una
sostanza terapeutica a basse dosi di M e alti valori di σ, la formula
precedente 1.2 sarà adattata al processo e alla filosofia omeopatica con
questa affinità:
≈ ( An xh/ B d xh)/A p xh
1.3
la 1.3 è la formula fondamentale per ricavare
tutte le metasostanze omeopatiche. Significa che una sostanza A alla n
xh viene diluita e dn in B alla d xh e a sua volta una goccia di questa
soluzione dl e dn in A alla p xh. Alla fine otterremo sempre e solo tre
semplici passaggi; (con d= numero dispari e p= numero pari).
Nell’esempio Belladonna ♀ alla 30 ch sarà diluita
e dinamizzata una goccia in 99 parti di Belladonna ♂ alla 15 ch e a sua
volta una goccia di questo in 99 parti di Belladonna ♀ alla 15 ch.
Ovviamente qui le diluizioni si riferiscono in acqua, ma la sostanza
principale viene diluita in se stessa, quindi metasostanziale. Ora la
coniugazione degli opposti è ottenuta, ma per ritornare al valore n pari
a trenta questa sostanza finale deve essere diluita in acqua altre 15
volte, cioè altre n-p volte.
In tal modo si guadagna l’informazione del
rapporto di potenza σ/M = n ma ci si allontana dal guadagno libidico
della coniugazione di 15 gradi. Difatti il rapporto libidico di
coniugazione sarebbe ottenuto solo al primo passaggio di ♂/♀ e non al
terzo passaggio ♂/♀/♂, l’importante invece è quest’ultimo terzo
passaggio per restituire integra l’equazione della 1.3.
Se invece somministriamo la Belladonna a questa
dl e dn perdiamo di 15 gradi il rapporto di potenza ma somministriamo
interamente il suo guadagno libidico.
Chiariremo meglio questo concetto ed esporremo un
trucchetto per realizzare l’equilibrio tra un guadagno ed un altro.
Chiamiamo delta Δ il rapporto σ/M
e lambda λ il guadagno libidico avuto dalla coniugazione degli
opposti.
Utilizzando questo procedimento su esposto dalla
1.3 otteniamo che Δ è inversamente proporzionale a λ (ed esiste anche
una spiegazione alchemica a ciò ma non entriamo troppo nei dettagli di
una scienza misterica). Più vogliamo somministrare un delta adeguato al
grado anamnestico che abbiamo identificato per il paziente più ci
allontaniamo dalla metà esatta (con una approssimazione di più o meno un
grado) dal guadagno libidico lambda avuto dalla coniugazione alchemica
dei due opposti, e vale il converso.
La formula al 30° ad esempio: A 30 xh / B 15 xh /
A 15 xh, vuole significare che una sostanza A alla 30° xh (ch ad
esempio) è diluita in un solvente B alla 15 ch e a sua volta in un
solvente A alla 15 xh. Siccome sappiamo che in omeopatia il solvente
informa il corpo prima del soluto (ecco perché si ricerca un solvente
più neutro possibile come l’acqua bidistillata), abbiamo che per una
prima risposta sintomatica il corpo reagirà come se avessimo
somministrato A alla 15 ch e non A alla 30 ch, giusto la metà. In questo
modo salviamo la forza libidica somministrando per intero il λ ma
sacrifichiamo il Δ di 0.5. Per evitare questo inconveniente si prepara
la sostanza iniziale ad una potenza maggiore di quella che si pensa
voler somministrare, con esattezza di due volte maggiore di p e si
procede nelle fasi di coniugazione. Vediamo perché.
A 30 xh / B 15 xh /
A 15 xh
1.4
Il p sarebbe il numero pari ricavato come
esponente della sostanza A nella 1.2. Nel nostro caso è 15.
Cioè sarebbe la potenza di diluizione della A al
terzo denominatore della 1.4.
La 1.4 diventerà quindi:
A 60 xh / B 30 xh /
A 30 xh
1.5
Aumentando la n di 2p
salviamo sia il Δ che il λ.
In generale per
ottenere una metasostanza, che indicheremo con la lettera greca µ,
dobbiamo tener presente la potenza che vogliamo somministrare al nostro
paziente e aumentarla del doppio in partenza.
In conclusione
l’operazione è semplicissima: se voglio somministrare Aconitum♀ µD30 (la
metasostanza di Aconitum femminile alla D30). Basta che mi faccio
recapitare in laboratorio solo tre fiale seguenti:
Aconitum ♀ D60 ;
Aconitum ♀ D30; Aconitum ♂ D30
E procedo nel seguente
modo:
Aconitum♀ µD30 =
Aconitum♀ D60 / Aconitum♂ D30 / Aconitum♀ D30
Cioè prendo una parte
di Acomitum ♀ D60 la si dl e dn in 10 parti di Aconitum ♂ D30 e a sua
volta di questa soluzione ne prendo una parte e la dl e dn in Aconitum ♀
alla D30.
Così somministro
sicuramente la parte fisica di Aconitum ♀ D30 ma metasostanziata in
forza di λ.
L’Aconitum ♀ metaD30 è
la parte yin della pianta Aconitum, essa rispetta la logica alchemica
delle dl e dn intesa in modo più analitico così espressa:
1S♀ p† XXX° [9H2O
+ (1S♂ p† XV° [9H2O +(1S♀ p† XV° [9H2O]
E+)]E+)]E+
1.6
Questa è la formula
finale analitica della morte della Materia di una sostanza, della sua
esaltazione nel sottile σ e della sua coniugazione degli opposti λ.
Possiamo così ricavare
omeopaticamente la formula delle metasostanze in questo modo:
S♀
µ xh = S♀ 2xh/ S♂ xh/ S♀ xh
S♂
µ xh = S♂ 2xh/ S♀ xh/ S♂ xh
Volendo prescrivere una
sostanza S maschile in meta n xh bisogna tener presente questo
procedimento:
S♂ µ n xh = S♂ 2n xh /
S♀ n xh / S♂ n xh
1.7
Una Belladonna ♀ µD200
sarà
Belladonna ♀ D400 /
Belladonna ♂ D200 / Belladonna ♀ D200
Si somministra in tal
senso il preparato alchemico ed omeopatizzato della Belladonna (yin)
alla D200, per un protocollo da decidersi.
Si noti che con le
metasostanze si entra realmente nel concetto alchemico di
somministrazione del rimedio, perché la sostanza oltre ad avere
attraversato la sua fase di nigredo (la p†, intesa come morte
della Materia ponderale M) attraversa la fase della rubedo
quale sua esaltazione dell’aspetto sottile e vivificante della materia
(il σ che rimanendo sempre dello stesso valore rispetto alla sua
controparte materica permette al rapporto delta Δ di aumentare), inoltre
vi è la fase ultima della coniugazione quella dell’albedo per cui
tutte le forze yin e yang separate all’inizio del processo ritornano
purificate verso un matrimonio mistico, affinché venga realizzata la
cosa unica.
In questo processo
noterete come le tre sostanze della belladonna µD200, indicati di
seguito con i numeri romani:
III
II
I
Belladonna ♀ D400 /
Belladonna ♂ D200 / Belladonna ♀ D200
Siano sostanze che
essendo metadiluite e dinamizzate agiscono a livelli di profondità
multipla. Al primo stadio abbiamo la Belladonna ♀ D200 che agisce sul
primo livello fisico, al secondo stadio la Belladonna ♂ D200 che agisce
su quello più interno, al terzo stadio abbiamo la Belladonna ♀ D400 che
agisce su un sub strato nascosto dell’individuo.
Inoltre si può regolare
la profondità dell’azione anche intervenendo sulle diluizioni e sulle
potenze. Una diluizione in Decimale avrà una azione più fisica rispetto
ad una centesimale, una potenza alla D4 avrà un’azione più ponderale
rispetto ad una alla D60.
Queste varie possibilità di regolare le intensità
di profondità terapeutica fin ora erano possibili solo con la natura
della diluizione e il valore della potenza (cioè il rapporto Δ). Cone le
metasostanze è possibile dare la stessa informazione omeopatica a tre
livelli contemporaneamente al I° al II° e al III° stadio.
Questo ci dimostra come
l’alchimia aggiunga una dimensione in più alla comunicazione con il
paziente. Se fin ora avevamo solo due possibilità di entrare in
relazione profonda con il corpo (le diluizioni e le potenze) le
metasostanze ci offrono una terza via di comunicazione profonda e
incisiva verso la patologia. Risulta a chiunque facile osservare che
nelle metasostanze omeopatiche sono contenute tre differenti sostanze
omeopatizzate una è il veicolo fisico (il I° stadio) che è proprio
quello che vogliamo somministrare, l’altra è la diluizione in essa della
sua controparte sessuale (il II° stadio), l’altra ancora è la base
“sottile” della terapia che è la stessa sostanza, anche a livello
sessuale, ma diluita e potenziata il doppio (III° stadio).
La terapia con le
metasostanze è una terapia del profondo, perché lavora con un livello di
incisività maggiore rispetto a quella omeopatica classica, si può
considerare che essa lavori con le polarità opposte, con l’integrazione
di yin e yang, di maschile e femminile tipica delle tradizioni
alchemiche più antiche.
Ma quando intendo
livelli di profondità della malattia e del malato, della psiche e del
corpo umano intendo riferirmi ad una multidimensionalità di livelli,
come suggeriva Matte Blanco a degli insiemi infiniti
della psiche umana e a dei livelli stratificati e multipli dei livelli
fisici dell’essere umano. In alchimia – come in tutte le tradizioni
esoteriche platoniche e pre-aristoteliche – lo spazio non è considerato
come lo immaginiamo oggi noi, lineare, definibile, percorribile, a tre
livelli, ed identificabile per coordinate. Il principio dello spazio
euclideo viene infranto nel mondo dell’interiorità umana, e non solo il
V postulato, ma tutti i riferimenti spaziali possono essere infranti.
Quindi quando in alchimia si parla di livelli di profondità, non si
intende quello che noi pensiamo con una mente razionale abituata allo
spazio classico euclideo delle tre dimensioni, ma di spazi a dimensioni
multiple e variabili tutti possibili ed esistenti. La profondità di
indagine della scienza sacra alchemica non si ferma all’analisi
microscopica delle sezioni istologiche dei tessuti umani, ma va oltre
indagando alla radice della materia, verso una materia sottile σ
impercettibile ad occhio umano ma che fonda la struttura del sensibile.
Questa stessa materia σ
ha una natura non soggetta alle leggi della fisica terrestre, quindi
anche i suoi principi di spazio variano in conformità con la sua
sfaccettata natura. Senza voler entrare nei dettagli della fisica
spazio-temporale di questa materia sottile, sicuramente possiamo
affermare con certezza che gli alchimisti medievali avevano già intuito,
anche se non razionalizzato, i principi di uno spazio complesso e
multidimensionale che ne stanno alla base.
La natura stessa delle
metadiluizioni e metadinamizzazioni nelle formulazioni su esposte, ci
riporta a considerare uno spazio e una chimica molecolare non lineare.
Infatti in un’unica soluzione omeopatica si danno tre tipi di sostanze
omeopatizzate l’una in rapporto all’altra secondo dimensioni spaziali
non lineari, ma possiamo dire l’”una diluita nell’altra”, cioè si apre
uno spazio nel quale viene a configurarsi un altro spazio molecolare
della sostanza, e mentre muore
e si purifica una sostanza con polarità yin si apre lo spazio ad
una di polarità yang. L’analisi di questa metasostanza non è di facile
comprensione proprio perché sfugge alle leggi della linearità degli
spazi euclidei proposti dal ragionamento classico, basti considerare la
1.6 dove si può leggere che ad ogni passaggio di fase si apre uno spazio
per un altro passaggio di fase e tutto si metasostantivizza.
La natura stessa della
1.6 ripercorre le leggi e le fasi di come la natura sottile di σ si
leghi indissolubilmente alla materia ponderale e grezza di M. In
alchimia questo legame si chiama echeneis che è il termine greco
per indicare la remora, un pesce fornito di organo adesivo il quale si
lega ad altri pesci, esso indica appunto la materia fissa che unisce
quella volatile, il sottile che si lega al ponderale per formare un
unum indissolubile.
Quando si parla di
diluizione omeopatica bisogna pensare alla geometria dei frattali, più
si diluisce una sostanza in acqua bidistillata più si approfondiscono i
suoi dettagli energetici perdendo la dimensione di insieme della
ponderalità. Il frattale rompe la geometria classica e apre spazi
multipli per ogni grado di approfondimento della visione della forma
geometrica. La novità della metasostanza sta nel fatto che ad un certo
punto di approfondimento nel frattale yin viene aperta una ulteriore
dimensione per inserire un approfondimento di un frattale yang il quale
viene aperto ulteriormente per inserire una diversa potenza del frattale
yin, e queste figure si aprono e si approfondiscono a dimensioni
multiple l’una dentro l’altra. Tutto questo non è possibile
rappresentarlo su carta ma è possibile immaginarlo solo come una visione
tipica delle estasi meditative o effetti allucinogeni di alcune droghe.
La natura stessa dell’intricato legame tra σ e M sta proprio in questa
visione quasi “mistica” della materia.
Chiarito questo punto,
fin dove fosse stato possibile chiarirlo (mi rendo conto che proporre
una visione non lineare dell’universo non è facile spiegarla né
comprenderla), devo passare per obbligo ad una ulteriore complicazione
della faccenda.

la
geometria multipla di questo enorme frattale il cui perimetro tende
all'infinito, ci fa capire come nelle metasostanze si aprano spazi
infiniti e multipli nella stessa sostanza. Questo permette la corretta
somministrazione ad una corretta e stabile energia.
Come si sarà notato
fino ad ora abbiamo sviluppato il metodo per creare una metasostanza S♀
o una metasostanza S♂ ad una certa diluizione xh. Così facendo diamo al
soggetto un preparato di natura più marcatamente maschile o di spiccata
potenzialità femminile, tradendo la natura alchemica del Rebis
che vuole l’androgino come una perfetta simbiosi tra l’aspetto femminile
con quello maschile, senza nessuna superiorità dell’uno rispetto
all’altro.
Considerando drosera
µ30 Dh abbiamo due tipologie di metapreparati:
drosera♀ µ30 Dh =
drosera♀ 60 Dh / drosera♂ 30 Dh / drosera♀ 30 Dh
drosera ♂µ30Dh
= drosera♂ 60 Dh /
drosera♀ 30 Dh / drosera♂ 30 Dh
queste due drosera metasostanziate sono di due
generi differenti, l’una femminile l’altra maschile. In natura le cose
si presentano in due opposte polarità, ma nell’arte alchemica le due
polarità devono essere purificate, esaltate e coniugate in una sola.
Ecco perché bisogna
giungere ad un preparato alchemico-omeopatico che sia il rebis
androginico dei due preparati. Per ottenerlo non basta sommare i due
metapreparati ma rispettare le proporzioni di fusione della materia M
con quella sottile σ, come si evince dalla 1.6.
Si procederà dunque ad
una fusione delle due metasostanze, cioè ad una Unione

drosera♀ µ30 Dh
drosera ♂µ30Dh
più in generale :
♀
♂ = ♀2 + ♂2 /♀1 + ♂1/
♀1 + ♂1
1.8
nel caso specifico per
Drosera µ30 Dh vale:
drosera♀
60Dh+drosera♂60Dh / drosera♂30Dh+ drosera♀30Dh/drosera♂ 30Dh+drosera♀30
Dh
Le due metasostanze
vengono dunque così coniugate nella loro fase finale: “doppio maschile e
femminile diluiti in maschile e femminile diluiti ancora in maschile e
femminile”.
Alla fine otterremo una
sostanza Drosera 30 Dh nella quale sono state coniugate le doppie
polarità secondo un’antica formulazione alchemica, chiameremo – in
memore di antiche nomenclature simboliche – drosera solare µ30 Dh il
risultato della nostra opera finale sulla sostanza; in notazione
scriveremo drosera e µ
30 Dh tale soluzione ultima di coniugazione delle doppie polarità.
Tale notazione
simbolica ci ricorda che il sole, così espresso, è anche il simbolo del
tao, dove lo yin (il cerchio) avvolge lo yang (il punto), come lo
spermatozoo puntiforme entra in simbiosi con l’ovulo per dare forma alla
vita, nel suo atto di generazione e creazione.
Quello che ci preme
sottolineare in questo lavoro è il fatto che non è facile determinare il
femminile e il maschile di qualcosa che si dà in natura. Il concetto è
coperto da una filosofia taoista di fondo che vale la pena rispolverare
per riuscire a carpirne il senso segreto della doppia polarità
alchemica. In un organismo vivente possiamo definire il maschio perché
feconda la femmina – lì dove sia possibile determinarlo -. La femmina ha
delle caratteristiche biologiche che la rendono tale, ospita
e genera la vita, mentre il maschio la crea fertilizzando la
femmina. Ma nel mondo degli animali – in special modo degli insetti – la
cosa non è così semplice, spesso questo schema si inverte, troviamo
specie biologicamente maschili che ospitano la prole, altre specie
ermafrodite, altre che assumono caratteristiche sessuali a seconda del
numero dei maschi e delle femmine del gruppo.
Quando si assume una
sostanza per rendersi conto se essa è maschile o femminile, yang o yin,
la si deve comparare con un'altra. F.Nietzsche ammetteva che non esiste
la cosa in sé, perché non esiste una cosa senza le altre cose, senza che
essa possa essere comparata con il resto dell’universo. Dunque il
femminile esiste se viene comparato solo con una cosa della stessa
specie che ne risulti maschile.
Senza entrare nei
dettagli di una “tassonomia” aristotelica, possiamo dire che il
femminile e il maschile, la polarità yin e quella yang, si determinano
solo dall’incontro e la comparazione di due sostanze che riferite le une
alle altre formano e assumono due polarità contrapposte, l’una yin
rispetto all’altra yang. In fondo non esiste lo yang assoluto e lo yin
universale, tutto è sempre relativo a ciò che confrontiamo.
Solo in questa logica
possiamo determinare una sostanza maschile da quella femminile, dalla
sua funzione rispetto ad un’altra, dalle sue caratteristiche biologiche
e chimiche. Sicuramente nel contesto degli ormoni gonadici il
testosterone è yang rispetto all’estrogeno, ma come determinare la parte
yin e yang dell’unica sostanza che è
l’estrogeno?
Studi su animali da
laboratorio hanno determinato che nella fase dello sviluppo prenatale e
durante la nascita le concentrazioni degli ormoni gonadici
caratterizzano lo sviluppo sessuale e comportamentale dell’adulto. In
alcuni uccelli e mammiferi la concentrazione di testosterone oltre una
soglia critica determina la formazione di alcuni circuiti neurotici sui
quali si poserà, successivamente, tutta l’impalcatura comportamentale
del mammifero.
Nell’uomo la cosa è più complessa perché abbiamo una rete culturale
talmente vasta di simboli che la sua irrelazione determina strutture e
modificazioni sinaptiche molto più intense di quella dei mammiferi, ma
il concetto – a partire dagli ormoni sessuali – è simile. Difatti nei
ratti castrati non oltre il 5° giorno di vita si determinano
comportamenti sessuali femminili durante la vita adulta. Dunque per
determinare l’estrogeno femminile basterebbe rispettare una semplice
equazione di concentrazione per cui una soluzione di 10 parti di
estrogeno e 1 di testosterone, sarebbe l’estrogeno ♀, al contrario: 10
parti di testosterone e 1 di estrogeno sarebbe l’estrogeno ♂ (le due
polarità di una stessa molecola si creano in base alla concentrazione
che essa assume nei confronti di un universo molecolare che abita e nel
quale si riferisce). La novità che subito sorge all’evidenza è che
l’estrogeno ♂ è uguale all’testosterone ♂ e l’estrogeno ♀ è uguale al
testosterone ♀. D’altro canto affinché potesse esservi equilibrio tra
polarità le cose dovevano essere necessariamente segnate da questa
logica: T♀ = E♀ e T♂ = E♂.
Questo ci porta a
considerare che pur essendo differenti a livello molecolare sia il
testosterone che l’estradiolo essi, in relazione di comparabilità
funzionale, sono simili se relazionati all’ospite maschile o a quello
femminile.
Maschio
Femmina
|
♂
|
10m+1f
|
1f+10m
|
|
♀
|
1m+10f
|
10f+1m
|
Dalla tabella si evince
che nel maschio la sua parte maschile è 10 volte superiore a quella
femminile,
mentre nella femmina la sua parte maschile è un decimo di quella
femminile. Questo porta a dire che i due casi sono uguali, giacchè non
si tratta tanto di un rapporto ma di una addizione.
In questo caso è logico
intuire, senza volerlo per forza di cose dimostrarlo, che l’estradiolo
solare meta xh è uguale al testosterone solare meta xh.
Ee
µxh = Te
µxh
1.9
Dall’equazione 1.9 non ricaviamo altro che con la
tecnica delle partizioni non otteniamo altro che lo stesso risultato sia
in termini yin che in termini yang.
Per alcuni mesi dovettimo provare differenti
aspetti teorici della possibilità di far divenire yin e/o yang una
sostanza, senza grossi successi. La tecnica dei gameti è possibile solo
in campo biologico, lì dove la natura stessa ha prodotto delle evidenti
differenziazioni, rimaneva per tanto esclusa buona parte di tutte le
sostanze omeopatiche.
Fino a che si indaga
nelle forme di vita biologicamente complesse la natura offre molti
parametri di differenziazione biologiche tra le due polarità, ma quando
la materia è più semplice le polarità risultano quasi sovrapponibili.
Il fatto che
l’estradiolo solare e il testosterone solare metasostanziati siano
praticamente uguali, fa credere che quando si lavora con molecole o
elementi chimici le polarità non possono essere identificate. Quindi va
ricercato un ulteriore modo per riuscire a differenziare le molecole
gonadiche di testosterone ed estrogeni, così come va ricercato un modo
per differenziare le polarità yin e yang all’interno di tutte le
configurazioni chimiche più semplici che la natura ci offre.
Per ovviare a questo
annoso problema ricorremmo ad un artifizio fisico conosciuto e studiato
dai principi di termodinamica. Infatti risultava
impossibile, se non si fossero usati particolari artifizi
chimico-fisici, determinare la polarità maschile del mercurio da quella
sua controparte femminile, così come quella di sulphur o phosphorus. Gli
elementi della tavola periodica sono tutti già androgeni, a meno che non
li si compara con forme artificiose di molecole.
Per questo motivo
ricorriamo al concetto di entalpia ΔH. Per cui una reazione esotermica
(ΔH<0) dove un reagente cedendo calore diventa un prodotto (yin)
rispetto ad una reazione endotermica (ΔH>0) per cui un reagente
acquistando calore diventa un prodotto (yang).
Questa è la sintesi del
processo termodinamico applicato in campo chimico. Dalle lezioni di
termodinamica sappiamo che l’entalpia è una grandezza fisica che esprime
la quantità di energia che il sistema in studio può scambiare con
l’ambiente esterno. L’entalpia equivale a
H= U + pV
Dove U è l’energia
interna, p la pressione e V il volume. Non vi è un modo diretto per
esprimere l’energia interna,
mentre con relativa facilità si può calcolare la variazione di entalpia;
dal primo principio della termodinamica infatti si ha ΔU= Q – L dove Q è
il calore e L è il lavoro scambiato con l’esterno, entrambi facilmente
misurabili. Quindi potendo conoscere solo il ΔU possiamo calcolare solo
il ΔH. Così generalmente si parla di variazione di entalpia e non di
entalpia.
Quindi avremmo
ΔH=ΔU + p2V2
-p1V1
Che diventa
ΔH=Q - L
+ p2V2 - p1V1.
Vediamo l’espressione del ΔH
nel caso di trasformazioni particolari: C’è da precisare immediatamente
che o si mantiene costante la pressione o si mantiene costante il
volume, e non tutti e due contemporaneamente, perché altrimenti non ci
sarebbe né scambio di lavoro e né scambio di calore, quindi non
succederebbe proprio niente. Difatti nel processo di diluizione
omeopatica, lasciando inalterata la pressione cambiamo notevolmente solo
il volume, cioè da una goccia passiamo a 99 gocce, con una differenza
sostanziale in xh.
Con dei passaggi semplici, che
non è qui il caso di riprendere, sia nel caso di trasformazioni isobare
che isovolumiche, la variazione di entalpia coincide con il calore
scambiato. In entrambi i
casi, la formula per il calcolo di Q è:
nel caso di trasformazione
isobara si ha
Q= m CP (T2-T1)
1.10
E nel caso di trasformazione
isovolumica
Q= m Cv (T2-T1)
CP è il calore
specifico misurato a pressione costante e Cv è il calore
specifico misurato a volume costante. Le due grandezze sono diverse e
molto spesso in modo non trascurabile. Entrambe dipendono dal tipo di
composto chimico e dallo stato fisico.
Per nostra fortuna
quasi tutte le reazioni chimiche avvengono a pressione costante, quindi
useremo la 1.10 per determinare la variazione di entalpia.
Ora il problema era
quello di determinare il ΔH dell’acidum muriaticum alla 30 ch dopo
l’immersione in 99 gocce d’acqua con acidum muriaticum alla ch 15.
Perché questo e non semplicemente il ΔH di una goccia d’acqua in 99 di H2O?
Evidentemente perché quello che vogliamo stabilire noi non è quello che
vuole stabilire un qualunque chimico, cioè la semplice differenza di
entalpia tra due soluzioni ma l’entalpia di una sostanza omeopatica,
quindi il calcolo si complica con l’introduzione di una massa
infinitesima per le alte diluizioni.
Cerchiamo di capirci
bene perché questa è la parte cruciale di anni di lavoro. Abbiamo
determinato che il rapporto di potenza Δ è pari al rapporto tra una
sostanza sottile detta σ e una massa che via via si assottiglia sempre
più M. Questa stessa massa la ritroviamo nella 1.10, essa infatti non è
la massa di 100 gocce d’acqua ma la massa della sola sostanza omeopatica
che andiamo a veicolare. Dobbiamo far conto che l’acqua in questo
calcolo non esista affatto, solo così possiamo determinare l’entalpia
della sostanza originale e non dell’intero prodotto di acqua, altrimenti
per ogni diluizione otterremmo la stessa differenza di entalpia, e
avremmo fatto un “buco nell’acqua”.
Senza dilungarci troppo
nel calco della termodinamica e dei suoi aspetti microfisici delle
tracce di sostanza in gocce d’acqua, brevemente diremo che per rendere
una sostanza qualsiasi maschile (yang) basta semplicemente riscaldarla
di qualche grado centigrado a seconda dell’effetto polare che vogliamo
ottenere. Nella maggior parte le sostanze originali le si porta da 20°C
a 23° o da 30°C a 34°C. Insomma pochi gradi che verranno comunque
calcolati in base anche alla quantità di liquido e del suo procedimento
specifico di laboratorio.
In questo modo abbiamo
ovviato, con una tecnica semplice, ad un grosso problema di ordine
metafisico e biologico: la natura delle due polarità.
D’altro canto basti
pensare che anche in Alchimia il Fuoco e i fuochi sono aspetti cruciali
della realizzazione dell’Opera,
ma spesso, in questo caso, si intendono atri tipi di fuochi, con
riferimento sempre ad un aumento dell’energia, in questo caso anche noi
– con un processo meno mitico – abbiamo avuto un aumento di energia in
termini di entalpia.
Potremmo ancora
dedicare molto spazio di discussione a questa energia interna e
differenza di energia (nella sua cessione di calore) di una sostanza
omeopatizzata, ma dobbiamo ancora trattare altre argomentazioni.
Una volta appreso il
vero procedimento funzionale per la realizzazione di una metasostanza
omeopatica, siamo pronti per somministrare la metasostanza ai nostri
pazienti.
Le nostre
sperimentazioni ci hanno dimostrato che una metasostanza omeopatica è
più efficace di una semplice sostanza omeopatica. Soprattutto se quello
che somministriamo è la metasostanza coniugata, cioè solare
e. D’altro canto è facile
immaginare che in caso di iperemia tonsillare con secchezza laringea
dolorante e congesta, con pulsazioni di dolore alla deglutizione
irradianti in zona vestibolare, allora una Phytolacca D4 può essere il
giusto rimedio, ma Phytolacca °D8/ Phytolacca °D4/ Phytolacca °D4
sicuramente è ancora più efficace, ma soprattutto è più incisiva sia
nella sintomatologia che nella sua eziologia patogenetica. Nella nostra
pratica clinica abbiamo appurato che questa eziologia si esprime
soprattutto al I livello della terna di diluizione di una metasostanza.
Il I livello, cioè, agisce soprattutto sul terreno, e più propriamente
su quello che Hahnnemann identificò con il termine di miasma. Ma questo
è un argomento che riprenderemo.
Ora ci occuperemo del
III livello che è il livello sintomatologico, in questo caso il livello
di Phytolacca µ°D4 (il ° sta per solare, per coniugato).
In caso di tonsillite
cronica ipertrofica con continui processi suppurativi su base infettiva
e secondarie sintomatologie catarrali flogisto delle mucose catarrali,
ecc. allora dovremmo utilizzare (se non avessimo identificato un
simillimum) un prodotto omotossicologico composto ad esempio da Hepar
Sulphur, Mercurius sublimatus corrosivus, Phytolacca, Belladonna.
Nella nostra pratica
clinica sappiamo che basta miscelare questi prodotti e poi – dalla loro
soluzione unica che ne deriva per sommazione – sottoporli al processo di
metasostanziazione coniugata. Così se l’intero prodotto omotossicologico
è chiamato ad es Phytox, avremo:
Phytoxy °D2 /Phytoxy
°D1 /Phytoxy ° Ĝ = Phytoxy
µ°
Ovviamente Phytox
ponderale Ĝ avrà come suoi composti Phytolacca D4, Mercurius s.c. D 5,
Hepar Sulphur D 12, Belladonna D 5.
Avremmo così ottenuto
una sostanza omotossicologica metasostanziata, con lo stesso impianto
teorico e lo stesso procedimento di una normale sostanza.
La cosa è più semplice da fare
che a dirsi, basta prendere una fiala di un prodotto omotossicologico
che si vuole somministrare, con opportuni calcoli saper estrarre i cc
giusti e diluirli in acqua bidistillata in giusta quantità, praticare le
dovute succussioni, poi estrarre gli stessi cc da questa ed effettuare
lo stesso procedimento in altra ampolla. Ora abbiamo due ampolle una
alla D1 e una alla D2, dividiamole in due parti cad/una di cui una parte
D1 riscaldata di pochi gradi e subito immersa e dinamizzata nella sua
controparte fredda, idem per la D2, ora diluiremo la D°2 (=D2 coniugata)
nella D°1 e dinamizzata, diluire ulteriormente questa nella fiala
ponderale a cui sarà stato fatto lo stesso trattamento di coniugazione e
dinamizzazione. Abbiamo così il prodotto metaconiugato µ°, e in alchimia
l’androgino è proprio una sostanza metaconiugata (per una maggiore
praticità sostituiamo il simbolo solare
e con °)
In questa terna di
diluizione abbiamo, come già trattato in precedenza, tre livelli. Nel
primo, che agisce ad uno stato più fisico, esterno e sintomatologico
dell’essere umano, abbiamo la nostra fiala di partenza potenziata e
coniugata. In essa è contenuta una goccia di se stessa (ecco il concetto
di meta-) potenziata e coniugata che agisce al secondo livello,
un livello questo che abbiamo identificato con l’aspetto più interno,
molecolare, biochimico e cellulare dell’individuo: il ciclo di Krebs, le
catene enzimatiche, le sintesi elettromagnetiche, le microscillazioni
neurali e quantistiche. La nostra sostanza quindi è capace di arrivare
sino a questo livello e smuovere determinati processi che sono tipici
della tavola delle omotossicosi, chiameremo questo livello il “livello
di Krebs”. In questa goccia esiste una micro sostanza traccia assai rara
alle indagini di laboratorio ma di altissima vibrazione epslon (come
potremmo dimostrare dai grafici delle equazioni di energia), giacchè
contiene un altissimo sigma che, durante la nostra pratica clinica,
abbiamo potuto costatare agisce sul terreno dell’essere umano, sui
miasmi hahnnemanniani.
Questa stessa sostanza
quindi solo passando per un relativamente semplice processo di natura
alchemica ha potuto acquisire forza in altri livelli sottostanti, uno
biochimico-elettro-molecolare (livello di Krebs) e l’altro miasmatico.
In conclusione abbiamo
ottenuto un metodo per potenziare le sostanze omeopatiche e un impianto
teorico come modello di partenza per ulteriori ricerche, soprattutto per
permettere ad altri colleghi e ricercatori di continuare ed espandere il
nostro lavoro che è solo un modesto sviluppo di una grande dottrina
fondata dai nostri classici maestri e illustri dottori della storia,
perché come ricorderebbe Newton “siamo nani sulle spalle dei giganti”.
Napoli, giugno 2002
Dr. Luigi Di Vaia